Questa mattina il sole sembra proprio deciso a non volersi far vedere e una mattina coperta, umida, buia stempera il ricordo del caldo afoso dei giorni scorsi. Gli echi delle feste e dei guazzabugli della campagna elettorale per le amministrative previste per l’ultima domenica di ottobre ci hanno fatto rigirare nel letto fino a notte fonda eppure in questo momento, a distanza solo di ore, tanto il trambusto come il calore sembrano un ricordo lontano.
In pochi minuti arriva «el aguacero»: la pioggia cade con la violenza e l’impeto che solo ai tropici si vede e il vento forte la fa venire quasi orizzontale; sotto il mio letto vedo con preoccupazione una pozzanghera che si allarga a vista d’occhio alimentata da rigagnoli che scorrono sotto le finestre che sono chiuse ma incapaci a tener fuori tutta la furia della pioggia che cade. In chiesa le cose
non stanno certamente meglio: manca poco più di mezzora alla messa e non resta nemmeno una banca asciutta; l’altare coperto da un grosso telo di plastica è anche infangato dal terriccio probabilmente soffiato giú dal tetto; visto in controluce il pavimento della chiesa, completamente inondato, assomiglia drammaticamente allo specchio di uno stagno limaccioso. Per fortuna arriva presto suor Gianita e si comincia ad asciugare tutto, o quel che si può, o lo strettamente necessario per celebrare senza l’inconveniente di non avere un posto asciutto dove sedersi. Oggi è la Domenica Missionaria Mondiale e i bambini della catechesi hanno preparato, per l’occasione, una piccolo gesto che ha lo scopo di metterci in comunione con una chiesa, diffusa su tutta la terra, e impegnata da venti secoli
nell’annuncio di una Parola che é fonte di vita. Una mitologia Maya, sorprendentemente simile al racconto biblico, ci parla di questa Parola. La leggevo in questi giorni in un libro di Carlos Fuentes, interessante scrittore messicano:
Il mondo è stato creato da due divinità: il «cuore del cielo» e il «cuore della terra». Quando questi due esseri divini si incontrarono resero fertili tutte le cose dando loro un nome. Nominarono la terra e questa fu fatta. Tutta la creazione cominciò ad esistere quando venne pronunciata: così la nube, la nebbia, la polvere. Anche le montagne, dopo essere state chiamate, si innalzarono dal fondo del mare. Poi si formarono magiche valli nelle quali verdeggiavo pini e cipressi. Le due divinità si rallegrarono molto quando, dopo aver diviso le acque, cominciarono ad esistere anche gli animali. Eppure niente di ciò che era stato creato possedeva il dono che l’aveva portato all’esistenza: la nebbia, il pino, l’acqua, il giaguaro non avevano il dono della parola. E fu allora che gli dei decisero di creare gli unici esseri capaci di parlare e di chiamare con parole tutto ciò che fu creato dalla Parola... cosí nacquero gli uomini. Il loro compito era proprio quello di conservare, per mezzo della parola, tutto quanto esiste sulla terra e nel cielo, e che la parola, in principio aveva chiamato all’esistenza.
Alla fine é stato necessario improvvisare un altare nell’unica navata rimasta asciutta e il padre Eduardo da lì preside la messa: non sono molti i posti a sedere ma sono sufficienti per accogliere quelle poche persone che hanno deciso sfidare gli elementi e sono venuti a messa malgrado tutto. I più avranno pensato che era forse meglio aspettare la celebrazione della domenica sera. Quando piove... piove e non c’è niente da fare. In Europa in qualche occasione è facile credersi più grandi di una natura che solo apparentemente abbiamo sottomesso e assoggettato ai nostri bisogni, nell’Amazzonia invece è un’altra cosa. Il fiume è troppo grande per non vederlo, la selva troppo impenetrabile per ignorarla, la luce troppo accecante e il caldo troppo intenso per far finta di niente e gli infiniti ritmi di mille specie di insetti troppo persistenti per non sentirsi infastiditi. Germán, il vecchio indigena che anni addietro faceva da sacrestano in parrocchia, mi ricorda che in questa terra Dio è stato generoso con tutti. Narrano le loro mitologie che Dio ha detto agli uccelli, «per voi ho preparato questi alimenti», e questo è quel che mangiano «los pajaritos»; poi ha detto ai serpenti «voi potete mangiare le rane» e per questo tutte le sere i bordi dei fiumi e dei ruscelli si riempiono di rettili e bisogna essere prudenti quando si cammina da quelle parti sul far della notte; poi ha detto agli indios «con voi sono stato specialmente generoso e ho pensato al «cazabe», la «boruga», la «danta»... siate rispettosi e siate riconoscenti». E così noi indigeni mangiamo queste cose che Dio ha messo nella serva pensando proprio a noi.
Oggi gli orizzonti si aprono, le tele colorate ricordano la gente dell’Europa (mi pare che in quel gruppo bisognerebbe contabilizzare la maggior parte di tutti voi), quella dell’Africa, dell’Oceania e dell’Asia. Alcuni di queste persone hanno seguito Cristo; altri non ne hanno mai sentito parlate; altri ancora, pur conoscendolo, saranno preoccupati di cose che considerano piú importanti. Ad ogni modo una cosa é certa: nel battito del cuore di tutti batte questa Parola che ci parla di vita, di umanità, di speranza e di futuro.
É grande questa Parola, eppure si coniuga nella quotidianità. É forte questa parola, eppure si fa piccola e si fa carne. É definitiva questa parola eppure sceglie di raccontarsi nella storia e nelle storie di ognuno, parziali e rinchiuse in orizzonti concreti.
Oggi la Parola chiede un impegno... é l’impegno del racconto, dalle fecondità e della vita. Ricorro ancora a Carlos Fuentes con immagini ispirate nella storia del popolo Maya:
Mi sono innamorato di questo mio nuovo popolo e della forma semplice con cui tratta tutto ciò che la vita ci presenta: naturale al momento di affrontare i bisogni quotidiani e coscienzioso al momento di dare importanza delle cose gravi. Soprattutto sanno curare la terra, l’aria e l’acqua così preziosa e scarsa in questa pianura dello Yucatán. L’acqua non scorre in fiumi visibili ma è racchiusa in pozzi profondi e in un intreccio di flussi sotterranei. Preoccuparsi della terra, questa era la loro missione fondamentale e per questo erano venuti al mondo. La magia dei loro racconti, le loro cerimonie, la loro preghiera avevano il solo scopo di mantenere viva e feconda la terra. Onoravano i loro antenati che l’avevano a loro volta difesa ed ereditata e la consegnavano subito ai loro discendenti. Al principio pensammo che quest’obbligo, fatale e ripetitivo, fosse una specie di condanna ma poi dopo capimmo che fare quel che facevano era invece la loro ricompensa. In questa loro offerta quotidiana vivevano con la certezza che il mondo avrebbe continuato ad alimentare i loro figli quando loro sarebbero morti.
Il tramonto sulla spiaggia del Putumayo é infuocato come quasi tutte le sere. Il maltempo del mattino che ha portato pioggia durante quasi tutta la giornata é svanito. Sulla spiaggia oggi piú piccola del solito a causa del fiume che scende con «buona acqua» -come dice la gente di qua- le imbarcazioni giacciono disordinate. La luce dell’orizzonte, che lascerà presto lo spazio a una notte nere e impenetrabile, disegna il profilo scuro della selva peruviana, cosí apparentemente uguale a tanti che si potrebbero contemplare lungo questo fiume che attraversa 2.700 chilometri di bosco tropicale prima di annegare nel Rio delle Amazzoni. Eppure in quell’orizzonte la Parola ha generato parole che aspettano le nostre per interpretare meglio la storia che ci accomuna tutti.





